Le 13 regole di Chuck Palahniuk
Pubblicato su Discussione, Workshop con i tagChuck Palahniuk, regole, scrittura il Luglio 1, 2008 da shivasugar
Venti anni fa, una mia amica e io camminavamo per Portland a natale.
I grandi negozi con tanti reparti: Meier and Frank… Fredrick and Nelson…
Nordstroms… in tutte le loro vetrine sempre la stessa semplice, graziosa
scena: un manichino abbigliato o una bottiglia di profumo sulla neve finta.
Invece le vetrine di J.J. Newberry, diavolo, erano stracolme di bambole e
decorazioni e spatole e set di cacciaviti e cuscini, aspirapolveri, grucce di
plastica, criceti, fiori di seta, caramelle – credo che ormai abbiate capito
che cosa intendo. Ogni singolo oggetto di quella massa era prezzato con
un cartellino rotondo di un rosso sfumato. E oltrepassando la vetrina, la
mia amica, Laurie, lanciò una lunga occhiata e disse: “la loro filosofia di
allestimento delle vetrine deve essere: ‘Se la vetrina non sembra uscita
bene – mettici altra roba.”
Disse il commento perfetto al momento perfetto, e lo ricordo due
decenni dopo perchè mi fece ridere. Quelle altre, eleganti vetrine…
sono sicuro che fossero curate e piacevoli, ma non m’è rimasta in mente
una vera immagine di come fossero.
Per questo saggio, il mio obiettivo è ‘metterci altra roba’. Mettere
insieme una sorta di calza natalizia delle idee, sperando che qualcosa
sia utile. Come se facendo i pacchetti regalo per i lettori, infilandoci
caramelle e uno scoiattolo e un libro e qualche gioco e una collana, io
sperassi che una varietà sufficiente garantisca che qualcosa di tutto ciò
risulti totalmente asinino, ma qualcos’altro si riveli perfetto.
Numero Uno: Due anni fa, quando scrissi il primo di questi saggi fu a
proposito del mio metodo di scrittura “con timer da cucina”. Non avete
mai visto quel saggio, ma eccovi il metodo: Quando non avete voglia di
scrivere, programmate un timer da cucina su un’ora (o mezz’ora) e
sedetevi a scrivere finché suona il timer. Se ancora odiate scrivere, siete
liberi dopo un’ora. Ma normalmente, giunti al momento in cui suona il
timer, sarete così coinvolti dal vostro lavoro, vi piacerà così tanto che
continuerete. Invece di un timer da cucina, potete fare un carico di
vestiti nella lavatrice o nell’asciugatrice e usare quello per dare un tempo
al vostro lavoro. Alternare il compito cerebrale della scrittura con il
lavoro meccanico della lavanderia o del lavaggio dei piatti vi darà le pause
necessarie perchè giungano nuove idee e ispirazioni. Se non sapete cosa
seguirà nella storia… pulite il bagno. Cambiate le lenzuola. Cristo Santo,
fate le polveri al computer. Un’idea migliore arriverà.
Numero Due: Il vostro pubblico è più intelligente di quanto crediate. Non
abbiate paura di sperimentare con strutture narrative o salti temporali.
La mia personale teoria è che le giovani generazioni di lettori si tengano a
distanza dalla maggior parte dei libri – non perché questi lettori siano più
stupidi di quelli delle generazioni passate, ma perché il lettore di oggi è
più intelligente. Il cinema ci ha reso molto sofisticati in merito alla
narrazione di storie. E il vostro pubblico è più difficile da colpire di
quanto possiate immaginare.
Numero Tre: Prima di sedervi a scrivere una scena, rimuginatela nella
vostra mente e chiarite a voi stessi lo scopo di quella scena. Quali eventi
precedentemente iniziati saranno interessati da questa scena? Quali basi
saranno poste per scene successive? Come potrà questa scena contribuire
allo sviluppo della vostra trama? Mentre lavorate, guidate, fate
ginnastica, mantenente questo solo problema nella vostra mente. Prendete
qualche appunto quando vi vengono delle idee. E solo quando avete
stabilito l’ossatura della scena – allora, sedetevi e scrivetela. Non
mettetevi a quel noioso, polveroso computer senza aver qualcosa in
mente. Non affaticate il vostro lettore con una scena in cui poco o niente
accade.
Numero Quattro: Sorprendete voi stessi. Se riuscite a portare la storia –
o a far sì che la storia porti voi - a un punto tale da sconvolgere voi stessi,
allora potrete sorprendere il vostro lettore. Laddove voi vedrete delle
sorprese ben pianificate, è molto probabile che anche il vostro
sofisticato lettore le vedrà
.
Numero Cinque: Quando arrivate a un punto morto, tornate indietro e
leggete le vostre scene precedenti, cercando personaggi abbandonati o
dettagli che potete resuscitare come “pistole sepolte”. Quando stavo
scrivendo il finale di Fight Club, non avevo idea di che cosa fare con il
palazzo di uffici. Ma rileggendo la prima scena, ho trovato il commento
che avevo lasciato cadere a proposito di combinare nitroglicerina e
paraffina e di come fosse un metodo dall’esito incerto per fabbricare
esplosivo plastico. Quella frasettina stupida (… la paraffina non ha mai
funzionato per me…) fece risorgere la perfetta “pistola sepolta” alla fine
e salvò il mio culo di raccontastorie.
Numero Sei: Usate la scrittura come la vostra scusa per indire un party
alla settimana – anche se chiamerete quel party “workshop”. Ogni istante
che passate con altre persone che stimano e supportano la scrittura,
quegli istanti controbilanceranno tutte le ore che passate da soli,
scrivendo. Persino se un giorno venderete il vostro lavoro, nessuna cifra di
denaro vi ricompenserà per il tempo che avete speso in solitudine. Perciò,
prendetevi subito la vostra “ricompensa”, fate della scrittura una scusa
per stare fra la gente. Quando raggiungerete la fine della vostra vita –
credetemi, non vi guarderete indietro per assaporare i momenti che avete
passato da soli.
Numero Sette: Imparate a convivere con il Non Conoscere. Questo
piccolo consiglio è giunto passando per un centinaio di personaggi famosi,
attraverso Tom Spanbauer fino a me e ora, a voi. Più a lungo permettete
a una storia di prendere forma, migliore sarà la sua forma finale. Non
affrettate o forzate il finale di una storia o di un libro. Tutto ciò che
dovete conoscere è la prossima scena, o le prossime scene. Non dovete
conoscere ogni momento dal principio alla fine, infatti, altrimenti sarà
noioso come l’inferno da realizzare.
Numero Otto: Se avete bisogno di maggiore libertà nel muovervi nella
storia, di revisione in revisione cambiate i nomi dei personaggi. I
personaggi non sono veri, e non sono voi. Cambiandone arbitrariamente i
nomi, prenderete la distanza necessaria per poter veramente torturare
un personaggio. O peggio, eliminate un personaggio, se è quello che la
storia richiede.
Numero Nove: Ci sono tre tipi di discorso – non so se sia VERO, ma l’ho
sentito a un seminario e mi è sembrato sensato. I tre tipi sono:
Descrittivo, Istruttivo, ed Espressivo. Descrittivo: “Il sole si era alzato…”
Istruttivo: “Cammina, non correre…” Espressivo: “Ahi!” la maggior parte
degli scrittori di narrativa usano solo una – al massimo, due – di queste
forme. Quindi usatele tutte e tre. Mischiatele fra loro. La gente parla
così.
Numero Dieci: Scrivete il libro che vorreste leggere.
Numero Undici: Fatevi scattare adesso le fotografie da mettere sulle
sovracopertine, finché siete giovani. E procuratevi i negativi e i diritti su
quelle fotografie.
Numero Dodici: Scrivete delle questioni che vi toccano. Sono le sole cose
di cui vale la pena scrivere. Nel suo corso, intitolato “Scrittura
Pericolosa,” Tom Spanbauer insiste sul fatto che la vita è troppo preziosa
per spenderla scrivendo piatte, convenzionali storie nei confronti delle
quali non provi nessun attaccamento. Ci sono così tante che di cui Tom ha
parlato ma che ricordo solo per metà: l’arte della “manomissione”, che non
saprei ripetere con precisione, ma che ho capito riferirsi all’attenzione
da prestare nello spostare il lettore attraverso i vari momenti della
storia. E “sous conversation,” che ho capito intendere il messaggio
nascosto, sepolto al di sotto della storia ovvia. Poichè non mi sento a mio
agio a descrivere argomenti che ho capito solo a metà, Tom ha accettato
di scrivere un libro sul suo workshop e sulle idee che insegna. Il titolo
temporaneo è “A Hole In The Heart,” e [Tom] pensa di averne una bozza
pronta per Giugno 2006, con una data di pubblicazione definita per
l’inizio del 2007.
Numero Tredici: Un’altra storia su una vetrata natalizia. All’incirca tutte
le mattine, faccio colazione nello stesso locale, e questa mattina un uomo
stava dipingendo la vetrata con decorazioni natalizie. Pupazzi di neve.
Palle di neve. Campanelli. Babbo Natale. Se ne stava sul marciapiedi,
dipingendo nel freddo assiderante, il suo fiato fumante, alternando
pennelli e rulli con vari colori di vernice. Dentro il bar, clienti e camerieri
lo guardavano stendere vernice rossa e bianca e blu sul lato esterno della
vetrata. Dietro di lui, la pioggia divenne neve, che cadeva di traverso
spinta dal vento. I capelli del pittore erano di tutte le sfumature di
grigio, e la sua faccia era cadente e rugosa come il sedere vuoto dei suoi
jeans. Tra un colore e l’altro, si fermava per bere qualcosa da un
bicchiere di carta.
Guardandolo dall’interno, mangiando uova e pane tostato, qualcuno disse
che era triste. Questo cliente disse che l’uomo era probabilmente un
artista fallito. C’era probabilmente whiskey nel bicchiere. Probabilmente
aveva uno studio colmo di dipinti che nessuno ha voluto e ora si guadagna
da vivere decorando le vetrine di ristoranti che puzzano di formaggio e di
negozi di alimentari. Proprio triste, triste, triste. Questo pittore
continuava a stendere il colore. Tutta la bianca “neve”, prima. Poi qualche
macchia di rosso e di verde. Poi qualche contorno che ha trasformato le
chiazze di colore in calze e alberi di Natale. Un cameriere si aggirava,
versando caffè alla gente, e dicendo, “E’ così pulito. Mi piacerebbe
saperlo fare io…” E sia che invidiassimo o compatissimo questo tipo al
freddo, lui continuava a dipingere. A aggiungere dettagli e strati di
colore. E non sono sicuro di quando accadde, ma a un certo momento non
era più lì. I disegni erano in sé così ricchi, si adattavano alle vetrine così
bene, i colori erano così luminosi, che il pittore se n’era andato. Sia che
fosse un fallito o un eroe. Era scomparso, andato chissà dove, e tutto ciò
che noi vedevamo era il suo lavoro.

Esercizi di scrittura creativa, lezioni, istruzioni per la composizione di una short-story, note sull’arte della concisione. Uno dei maestri della narrativa americana racconta il «mestiere di scrivere» in un libro che è il breviario di un artigiano della parola e un atto d’amore verso la letteratura.